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Siamo ormai a sera inoltrata e tutti insieme sul pick-up di Nicolas rientriamo alla base. Mia moglie Mery, che aveva seguito attentamente i lavori annotando meticolosamente tutto quanto accadeva e registrato tutti i nomi delle varietà botaniche incontrate, sembrava stanca. Anche gli amici Giancarlo e Federico non se la passavano molto meglio. Il  terreno sotto gli alberi di cacao è molto fangoso perché  ai tropici piove quasi tutti i giorni, quindi camminare risulta davvero faticoso.

Il terzo giorno inizia con una telefonata alle quattro del mattino. Mia figlia Simona  mi chiama per farmi gli auguri del mio 39° compleanno. Penso ai  regali della foresta amazzonica in questo particolare giorno. Alle sei facciamo colazione nella posada, davvero notevole: le uova appena deposte dalle galline che scorazzano nell’aia cotte al padellino, e un dolce al cioccolato di levatura mondiale.
Giusto il tempo per farmi dare la ricetta e siamo già sulla strada sterrata che ci porta al nord sulle montagne del cioccolato. Piove a dirotto ma il nostro obiettivo deve essere assolutamente perseguito; viaggiamo per oltre due ore, raggiungiamo la fazenda San Pedro dove Jean, un giovane produttore di cacao, orgogliosamente ci spiega che lui rappresenta la quarta generazione di produttori di cacao in un’azienda che si estende per 900 ettari, e vanta oltre 26.000 piante di cacao, molte di queste rappresentate da cloni di Scavinia, varietà incrociata tra Criollo e Trinitario.
Partiamo con il camion di Jean; con noi c’è anche Walter, granitico gerente della fazenda San Padro. Attraversiamo un’incredibile distesa di piante in una zona protetta dall’UNESCO, troviamo straordinari esemplari di Criollo, con cabossidi rosso fuoco allungate dal becco di pappagallo, e ancora altre varietà sconosciute; il fango è tantissimo, non smette di piovere, ma non ho ancora trovato il cacao che cercavo. Walter si ricorda che nell’altra fazenda, la “Leolinda”, una volta cresceva una varietà spontanea di colore bianco ma che a causa delle insistenze della Cargil, le piante sono state estirpate in quanto la fava bianca sembrava malata.
Partiamo alla volta di “Leolinda”. Raggiungere questa fazenda è un viaggio da incubo, la pioggia ha deformato le strade creando delle voragini; io, mia moglie e Jean siamo all’interno del camion mentre Walter è sul cassone, bagnato fradicio ma imperturbabile. Il resto del gruppo ci segue con il pick-up, in un viaggio che si trasforma in un vero Camel-Trophy. Jean non si scompone e continua a guidare sino a raggiungere la fazenda Leolinda dove  il gerente della fazenda  si aggiunge alla comitiva salendo sul cassone con Walter.
Lo sguardo compiaciuto di Jean mi dice che forse i nostri sforzi non saranno vani.
Ci arrampichiamo verso il Monte del Cacao, ed attraversandone i pendii capisco il motivo del nome: si presentano a noi le varietà più disparate.
Appeso a una pianta c’è un frutto di Trinitario che pesa più di tre chili, le fave sono enormi. Mi spiegano che si tratta di un ibrido del tutto unico: la pianta produce soltanto una decina di frutti ma la loro mole è impressionante.
Lo raccogliamo e proseguiamo attraverso una piantagione di cola, i cui frutti vengono venduti all’industria chimica che ne estrae l’essenza per la Coca Cola. Rodrigo indica a Jean che manca poco a raggiungere l’unica pianta che produce il 100% di cotiledone bianco.
E’ stato sincero: alle 11,30 raggiungiamo il punto dove alcune piante hanno resistito alla distruzione, e lì troviamo l’unico esemplare di albero del Catongo in purezza. L’emozione per me è grandissima: è il mio compleanno, è davvero un gran bel regalo, i campesinos si stupiscono della mia commozione e mi chiedono perché io stia cercando un cacao che gli “altri” considerano malato.
Catongo è il nome che viene dato a questa particolare varietà di cacao dal cotiledone bianco. E’ una varietà che presenta caratteristiche genetiche miste: il colletto del Criollo e la capsula dell’Amelonado; il colore del frutto è giallo oro con riverberi e striature nere.



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